Di fronte a queste mie immagini trovo sempre lo stesso punto di sospensione: un luogo mentale in cui non so più con precisione se sto guardando una fotografia che ha inglobato il tempo o un frammento di video che ha rinunciato al movimento. #onesecfrommusicvideos nasce esattamente da questa incertezza, che per me non è un limite ma una condizione fertile, generativa, necessaria.
Questo lavoro nasce da una coincidenza apparentemente marginale: la lettura, a breve distanza, di due libri pubblicati nello stesso anno, sorprendentemente affini. Cinquecento catenelle d’oro di Salvatore Basile, romanzo di finzione, ed Elvira di Flavia Amabile, biografia romanzata di Elvira Notari. Entrambi raccontano la storia di una giovane donna nel Sud povero d’Italia di inizio Novecento, entrambe incontrano un fotografo, entrambe si avvicinano al mondo del cinematografo come spazio di possibilità, di emancipazione, di visione. In entrambi i testi ritorna, quasi ossessivamente, una frase che mi ha colpito come una rivelazione: “la fotografia si muove”.
La frase, semplice e quasi ingenua, è diventata per me un mantra. Un cortocircuito concettuale che ha messo in crisi la mia idea di fotografia e che ha segnato l’inizio del progetto. Perché se la fotografia, per sua natura, è ferma, se è arresto, traccia, congelamento di un attimo, cosa significa allora affermare che si muove? E dove si colloca il movimento: nell’immagine, nel tempo che la attraversa, nello sguardo di chi la osserva?
Lavorando su queste immagini ho sentito il bisogno di interrogare la fotografia non come tecnica, ma come linguaggio. Nell’epoca degli smartphone, dell’intelligenza artificiale e della produzione visiva continua, parlare di fotografia significa inevitabilmente confrontarsi con la sua presunta obsolescenza, o al contrario con la sua ipertrofia. Eppure continuo a pensare alla fotografia come a un gesto radicale di arresto: una cattura, un congelamento dell’attimo, una riduzione a sintesi di un’azione, ma anche di un pensiero. La fotografia, in fondo, è ferma. Il prima e il dopo restano fuori dall’immagine, affidati alla memoria, all’immaginazione, alla proiezione dello sguardo.
Il cinema, suo figlio diretto, si è invece incaricato di restituire il movimento così come lo percepiamo. Ma quel movimento è un’illusione costruita: una successione di immagini statiche che, a una certa velocità, diventano fluide. È proprio su questo punto che si innesta #onesecfrommusicvideos: sul numero di immagini necessarie per rendere credibile il movimento e sul concetto di tempo inscritto nello statuto del linguaggio fotografico.
Ricondurre un secondo di video a un’unica immagine fotografica è il gesto fondativo della mia ricerca. Non una semplice somma, ma una condensazione, una compressione estrema. Ciò che ne risulta sono immagini ibride, sospese “tra la fotografia e il video”, che non appartengono pienamente né all’uno né all’altro linguaggio. Sono immagini che non descrivono il movimento, ma lo contengono come traccia, come residuo, come tensione interna.
Non mi interessa raccontare il contenuto dei video musicali da cui queste immagini provengono. Il videoclip è per me un serbatoio iconografico, un campo di sperimentazione visiva estremamente ricco, capace di condensare in pochi minuti narrazioni, simboli, estetiche, tensioni culturali. Sono un osservatore bulimico di questo linguaggio, senza distinzione di genere o di preferenze musicali. Alcuni video sono vere e proprie opere d’arte, altri funzionano come puri dispositivi di ritmo e di seduzione visiva. Tutti, però, condividono una velocità narrativa che mi ha sempre affascinato.
Nelle immagini che qui presento, ciò che emerge è una percezione continuamente instabile. I volti appaiono attraversati da più espressioni simultanee, gli sguardi sembrano moltiplicarsi, i corpi perdere consistenza. In alcune fotografie il soggetto resta leggibile, ma è come se fosse attraversato da una vibrazione interna, da una scossa che ne mette in crisi l’unità. In altre, la figura si dissolve quasi completamente, lasciando spazio a una materia visiva fatta di colore, luce, stratificazione
Il colore gioca un ruolo centrale in questo processo. Non è mai semplicemente descrittivo, né del tutto controllabile. Nasce dalla somma dei frame, dalle loro interferenze, dai loro scontri. A volte produce armonie inattese, altre volte dissonanze violente, quasi disturbanti. Il colore diventa struttura, ritmo interno dell’immagine, elemento emotivo prima ancora che formale. È uno spazio in cui la mia intenzione incontra inevitabilmente la casualità del processo.
La casualità, infatti, è parte integrante del lavoro. Pur scegliendo con cura il materiale di partenza, l’esito finale resta in parte imprevedibile. È un aspetto che considero fondamentale: lasciare che l’immagine sorprenda anche me, che sfugga a un controllo totale. In questo senso, paradossalmente, il digitale recupera una dimensione quasi analogica, fatta di attesa, di scoperta, di errore produttivo.
Oggi, nell’era della post-fotografia e delle pratiche concettuali legate all’immagine #onesecfrommusicvideos è per me un lavoro di riflessione sul linguaggio. La fotografia qui non è solo mezzo, ma oggetto del discorso. Riflette su sé stessa, sulla propria relazione con il tempo, con il movimento, con lo spazio. Interroga la percezione visiva dello spettatore, che è chiamato a un ruolo attivo: ricostruire mentalmente un movimento che non c’è più, immaginare un prima e un dopo che l’immagine nega.
Il percorso che ha portato a questo progetto è stato lungo, impegnativo, a tratti ossessivo, ma profondamente entusiasmante, Più di cento video sono entrati a farne parte. Ogni immagine, nel momento in cui mi appariva sul monitor del computer, era una piccola rivelazione. Spesso non coincideva con ciò che avevo immaginato, ed è proprio in questo scarto che ho trovato il senso del lavoro.
Spero che questa stessa sorpresa possa accadere anche a chi guarda questo mio lavoro. Che ci si possa fermare, sostare davanti alle immagini, lasciando che il tempo – quello compresso, stratificato, sospeso – riemerga lentamente. Perché, forse, è proprio in questa sospensione che la fotografia, ancora oggi, continua a muoversi.
English translation:
When I stand in front of these images of mine, I always find myself at the same point of suspension: a mental place where I can no longer tell with certainty whether I am looking at a photograph that has absorbed time or a fragment of video that has renounced movement. #onesecfrommusicvideos is born precisely from this uncertainty, which for me is not a limitation but a fertile, generative, necessary condition.
This work originates from an apparently marginal coincidence: reading, within a short time of each other, two books published in the same year and surprisingly akin. Cinquecento catenelle d’oro by Salvatore Basile, a work of fiction, and Elvira by Flavia Amabile, a novelized biography of Elvira Notari. Both tell the story of a young woman in the impoverished South of Italy at the beginning of the twentieth century; both encounter a photographer; both approach the world of cinematography as a space of possibility, emancipation, and vision. In both texts a sentence recurs, almost obsessively, that struck me like a revelation: “photography moves.”
That sentence, simple and almost naïve, became a mantra for me. A conceptual short circuit that challenged my idea of photography and marked the beginning of the project. Because if photography, by its very nature, is still—if it is arrest, trace, the freezing of an instant—what does it mean to claim that it moves? And where does this movement reside: in the image, in the time that runs through it, in the gaze of the observer?
Working on these images, I felt the need to question photography not as a technique, but as a language. In the era of smartphones, artificial intelligence, and continuous visual production, speaking about photography inevitably means confronting its supposed obsolescence, or conversely its hypertrophy. And yet I continue to think of photography as a radical gesture of arrest: a capture, a freezing of the instant, a reduction to synthesis of an action, but also of a thought. Photography, at its core, is still. The before and the after remain outside the image, entrusted to memory, imagination, and the projection of the gaze.
Cinema, its direct offspring, instead took on the task of restoring movement as we perceive it. But that movement is a constructed illusion: a succession of static images that, at a certain speed, become fluid. It is precisely at this point that #onesecfrommusicvideos takes root: in the number of images necessary to make movement credible and in the concept of time inscribed in the status of photographic language.
Reducing one second of video to a single photographic image is the founding gesture of my research. Not a simple sum, but a condensation, an extreme compression. What results are hybrid images, suspended “between photography and video,” which do not fully belong to either language. They are images that do not describe movement, but contain it as a trace, a residue, an internal tension.
I am not interested in narrating the content of the music videos from which these images come. For me, the music video is an iconographic reservoir, an extremely rich field of visual experimentation, capable of condensing narratives, symbols, aesthetics, and cultural tensions into just a few minutes. I am a voracious observer of this language, without distinctions of genre or musical preference. Some videos are true works of art; others function as pure devices of rhythm and visual seduction. All of them, however, share a narrative speed that has always fascinated me.
In the images presented here, what emerges is a continuously unstable perception. Faces appear crossed by multiple simultaneous expressions, gazes seem to multiply, bodies lose consistency. In some photographs the subject remains legible, but it is as if it were traversed by an internal vibration, a jolt that calls its unity into question. In others, the figure almost completely dissolves, giving way to a visual matter made of color, light, and stratification.
Color plays a central role in this process. It is never simply descriptive, nor entirely controllable. It arises from the sum of frames, from their interferences and collisions. Sometimes it produces unexpected harmonies; at other times violent, almost disturbing dissonances. Color becomes structure, the internal rhythm of the image, an emotional element even before a formal one. It is a space in which the author’s intention inevitably meets the randomness of the process.
Randomness, in fact, is an integral part of the work. Even though I carefully select the source material, the final outcome remains partly unpredictable. This is an aspect I consider fundamental: allowing the image to surprise even me, to escape total control. In this sense, paradoxically, the digital medium recovers an almost analog dimension, made of waiting, discovery, and productive error.
Today, in the era of post-photography and conceptual practices related to the image, #onesecfrommusicvideos is for me a work of reflection on language. Photography here is not only a means, but the object of the discourse. It reflects on itself, on its relationship with time, movement, and space. It questions the viewer’s visual perception, calling them to an active role: to mentally reconstruct a movement that is no longer there, to imagine a before and an after that the image denies.
The path that led to this project was long, demanding, at times obsessive, but deeply exhilarating. More than one hundred videos became part of it. Each image, the moment it appeared on my computer monitor, was a small revelation. Often it did not coincide with what I had imagined, and it is precisely in this gap that I found the meaning of the work.
I hope that this same sense of surprise can also happen to those who look at my work. That one might stop, linger in front of the images, allowing time - compressed, stratified, suspended - to slowly resurface. Because perhaps it is precisely in this suspension that photography, even today, continues to move.